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Taurisano, tra Arte, Storia, Cultura e Tradizioni.

Il nome, le origini, la storia

Stemma Lopez
Alcuni studiosi (L. Tasselli, G. Rohlfs) ipotizzano che il nome derivi, come per tanti paesi nel Capo di Leuca e nel Salento, da un antico centurione romano, al quale, dopo la conquista di Taranto e il dissolvimento dell'influenza di questa città sul territorio circostante, fu data la terra come premio dell'impegno profuso sotto le insegne di Roma e si fa il nome di un certo Taurisius o Taurisianus. Altri sostengono che fosse un bovile, peraltro dipendente dalla vicina Ugento, un luogo dove si allevavano dei buoni tori (tauri sani) impiegati per la riproduzione. Altri ipotizzano che il nome derivi da Adelasia Taurisano, considerata per certi versi la prima feudataria di questi luoghi; mentre più recentemente alcuni studiosi pensano ad un collegamento linguistico, con riferimento alla radice taur, che vuol dire luogo elevato, monte. Le ipotesi redatte per la derivazione del nome di Taurisano valgono anche per l'interpretazione del simbolo dello stemma. Tutte le teorie, infatti, riconducono all'immagine del toro. Il toro indica forza, capacità produttiva, e in definitiva eternità, perché attraverso la riproduzione c'è una continuità senza limiti della specie. I primi documenti attendibili che parlano di Taurisano ci riportano verso la fine del sec. XII, durante la dinastia normanna, allorquando Tancredi d'Altavilla, conte di Lecce dal 1175 e re di Sicilia dal 1190, infeudò Taurisano, donandola a Filiberto Monteroni nel 1191. La famiglia Monteroni era una delle famiglie più importanti della Terra d'Otranto; tenne il territorio di Taurisano fino al 1265 e successivamente dal 1444 al 1536, quando si estinse in seguito alla morte di Francesco Monteroni, rimasto senza discendenti. Subentrata ai Normanni la dinastia degli Svevi nell'Italia Meridionale, il sovrano Federico II° di Svevia (1194-1250) concesse il Principato di Taranto, cui apparteneva la baronia di Taurisano, al figlio Manfredi, che ebbe non pochi problemi politici con i pontefici del tempo. La morte del re e la lontananza dell'erede dell'Impero Svevo, Corrado IV°, ravvivarono le speranze del Papato di riprendere il controllo politico dell'Italia Meridionale. Fu proprio il Papato, nella persona del Papa Innocenzo IV°, che, per combattere gli Svevi, chiamò in aiuto il francese D'Angiò, promettendogli la corona del Regno di Napoli. E questi con un potente esercito scese in Italia sbaragliando Manfredi a Benevento nel 1266. Fra i molteplici provvedimenti amministrativi, il D'Angiò nominò barone di queste terre Hugo de Tauro o de Taurisano. Nella rinnovata ottica della gestione feudale, fu proprio Carlo V° che assegnò il feudo di Taurisano, insieme con la Contea di Castro, ad Antonio Mercorino, marchese di Gattinara, il cui dominio e quello dei suoi successori, tra cui Elisa Gattinara Lignani, durò fino agli anni'60 del XVII secolo. Infatti nel 1663 il feudo di Taurisano, insieme con quello di Monteroni, fu acquistato da Bartolomeo Lopez y Royo, appartenente ad una nobile famiglia spagnola (il cognome, in verità, deriva dall'unione della famiglia Lopez con la famiglia Royo). Nel 1692 il feudo fu trasformato da baronia a ducato, sicché da allora i Lopez y Royo si fregiarono del titolo di duchi. Di discendenza in discendenza, i duchi Lopez rimasero pienamente in possesso del feudo fino a quando i Francesi, durante l'era di Napoleone, occuparono il Regno di Napoli, abolendo la feudalità. Ultimo discendente è stato Luigi Lopez y Royo, morto nel 1992, e ne ha acquisito il titolo il figlio Giuseppe. Fra gli uomini più noti del casato sono da ricordare, oltre al già citato Bartolomeo (1614-1666), Antonio Lopez y Royo (1673-1742), il primo a fregiarsi del titolo di duca; Nicola (1819-1898), capostipite del ramo di Taurisano, e soprattutto Mons. Filippo Lopez y Royo (Monteroni, 1728, Napoli, 1811). Avviato alla carriera ecclesiastica, dotato di alto vigore intellettuale e di vasta dottrina, vescovo di Nola e poi Arcivescovo di Palermo, fu viceré di Sicilia, nominato da Ferdinando I° di Borbone, in un periodo estremamente convulso per il Regno di Napoli e per la Sicilia (la Rivoluzione Francese, con i suoi riflessi sul Meridione; i primi moti liberali; l'avvio di una nuova mentalità e organizzazione sociale), per cui la sua figura e la sua opera non sono state adeguatamente apprezzate a causa del clima di confusione, di giacobinismo e di restaurazione, di diffidenza e di odio. Come in quasi tutte le realtà salentine e meridionali, anche in Taurisano si sono verificati vistosi cambiamenti dopo la fine del secondo conflitto mondiale, in conseguenza di una forte emigrazione sia verso l'interno (il famoso triangolo industriale italiano), sia verso l'estero, verso i Paesi di centro- Europa (Francia, Belgio, Svizzera, Germania, Lussemburgo, ecc.). Tali cambiamenti hanno inciso sia sul tessuto familiare, sia principalmente, sull'economia, in quanto con le rimesse dell'emigrazione c'è stata una forte espansione del lavoro nel campo dell'edilizia e dei settori indotti. Sempre dopo gli anni '50 si è determinata anche una certa vivacità nel vissuto sociale e nel campo culturale (manifestazioni, testate giornalistiche, ecc.) culminate, finora, con la rivalutazione della figura e dell'opera del figlio più illustre di Taurisano, Giulio Cesare Vanini, filosofo che qui ebbe i natali.

Monumenti Storico - Artistici.

Palazzo Ducale.
Il Palazzo, costruito in due riprese (1733 e 1770), sorge su parte delle fondamenta del Castello fortificato dell'epoca angioina, eretto nel XIII secolo dalla famiglia feudataria De Tauresano. Gli unici elementi superstiti del Castello duecentesco sono: l'arco romanico in pietra leccese, arabescato e ornato da foglie d'acanto, elementi vegetali ed animali, incastonato sulla facciata del lato occidentale; e la Torre, del XIV-XV secolo, eretta dai feudatari Angioini, con funzione di difesa dai turchi, che presenta sui muri degli ultimi tre piani delle piccole finestre con archi a sesto acuto e il parapetto del terrazzo, sporgente su mensole quadrilobate e culminante con una merlatura guelfica. L'edificio è impreziosito da alcuni portali con bassorilievi tardobarocchi raffiguranti soggetti floreali, la croce dell'Ordine dei Cavalieri di Malta e gli stemmi di altre casate feudali di Taurisano. Degne di nota sono le volte affrescate raffiguranti gli stemmi della famiglia ducale e quelli delle famiglie imparentate con essi, putti, dame e soggetti floreali, risalenti al periodo che va tra la fine dell'800 e gli inizi del '900. Donato alla chiesa e ai cittadini di Taurisano per volontà degli eredi dell'ultimo proprietario, Alessandro Lopez y Royo, il palazzo dal 1957 ospita, l'abitazione del parroco, nella parte sinistra, e gli uffici del Comune.


Chiesa Matrice della Trasfigurazione
La chiesa, iniziata il 1796 e consacrata nel 1803 su progetto di Carlo Lopez y Royo, ex benedettino, sorge sulle fondamenta di una chiesa cinquecentesca demolita perché insufficiente ad accogliere la comunità taurisanese in continua crescita demografica e perché era stata lesionata in più parti da un incendio. La chiesa, di stile prevalentemente tardo barocco e neoclassico, con elementi dorici (capitelli corinzi), è ad una sola navata con pianta a croce latina. E' grandiosa, protesa verso l'alto dove, sulle volte a crociera, le linee di tutta la struttura s'intersecano e si esaltano nella chiara luminosità di tutto l'ambiente. La facciata, compresa tra due snelle torri, si sviluppa in linee simmetriche e decisamente semplici. Sull'architrave della porta principale è scolpito lo stemma del paese: un toro sfrenato che saltella tra i colli. La cupola, elegante nella sua grandiosità, è realizzata con mattonelle policrome smaltate, lavorate sul posto secondo una tecnica antica tipica del Salento. L'interno, interamente affrescato con festoni e arabeschi dalle tonalità molto intense, è un misto di elementi neoclassici e tardo barocchi. Tele importanti sono: l'Immacolata del pittore De Beccaro (1668), la Madonna del Rosario (1684), la Madonna della Strada o delle Grazie del pittore O. Sammali (1698), S. Oronzo (XVII sec.), S. Maria de Finibus terrae (XVII sec.), la Lapidazione di S. Stefano (prima metà del XVIII), Madonna del Carmine (XVIII sec.), Morte di S. Giuseppe (XVIII sec.), la Pietà (1812), San Vito (XIX sec.), Sacra famiglia (XIX sec.). Cospicuo è anche il patrimonio statuario che annovera: la Madonna del Rosario, lignea, del '600, la Madonna della Strada (1868) anch'essa lignea, di Scuola Veneziana, S. Vito, S. Lucia, S. Luigi, Sacro Cuore di Gesù, S. Antonio da Padova, Sacra Famiglia, ecc. L'organo "da muro" a tre campate fu realizzato nel 1930, come attesta l'iscrizione.


Santuario di Santa Maria della Strada
La chiesa fu edificata tra la metà del XIII sec. e il 1320 ed è il più importante esempio di architettura romanico-pugliese del Salento. La facciata è impreziosita da un grande rosone, lo "speculum magnum", caratterizzato da due corone concentriche, decorate con elementi vegetali e geometrici, nelle quali si dovrebbero riconoscere le figure di un leone alato, un toro, un'aquila e un angelo (simboli degli evangelisti) e le figure di Cristo e dei dodici apostoli; una terza corona è ridotta solo alla metà superiore. Il portale è costituito da tre ordini di festoni che racchiudono il preziosissimo architrave raffigurante la scena dell'Annunciazione, uno dei pochissimi esempi di scultura bizantina di tutta la Puglia, resa celebre dalla frase della "salutatio" angelica scolpita ai lati delle due figure in caratteri greci. Sul lato meridionale della chiesa, sotto il campanile settecentesco, è incastonata una meridiana bizantina, risalente al XIV secolo. L'interno è ad una sola navata e la copertura dell'edificio è con volta a botte nel vano orientale e nella parte restante con volte alla leccese, risalenti ai primi anni del secolo scorso. Sul lato sinistro, attraverso un arco ogivale si accede alla cappella dell'Annunciazione recentemente restaurata e restituita al pubblico l'8 novembre 2003. Sul pilastro destro dell'arco d'ingresso è affrescata l'immagine cinquecentesca di S. Nicola di Bari e sul pilastro sinistro è raffigurato S. Antonio abate. La parte centrale, invece, è occupata dalla scena del Cristo in croce, rappresentato tra due angeli, circondato, più in basso, dalle figure della Madonna orante, a sinistra, e di San Leonardo di Noblac, a destra. La parete sinistra contiene la scena dell'Annunciazione dove si può leggere l'iscrizione di un graffito: ANNO D(OMINI) 1538 / EGO ANGE. Sulla parete di destra, invece, è affrescata la figura della Vergine di Costantinopoli. All'interno della chiesa degne di nota sono alcune tele: S. Lucia (1716), Santa Maria Maggiore e S. Carlo Borromeo (sec. XVIII), Miracolo della Madonna della Strada (1866) di Francesco Tempesta; e alcune statue: S. Giuseppe, l'Addolorata, e un altra Madonna della Strada (in cartapesta). La chiesa, secondo una leggenda, sarebbe stata edificata da un mercante miracolato dalla Madonna; sarebbe stata perciò introdotta l'usanza di cingere l'edificio con un lungo cordone intessuto a spirale con fili d'oro (risultato della fusione dei gioielli del mercante), rifatto poi dalla pietà dei fedeli con fili d'argento (XVIII sec), infine sostituito con uno ricoperto di cera rossa.


Chiesa di San Nicola o Madonna Consolata
L'edificio, costruito nel 1733 da Bartolomeo Lopez y Royo, si presenta con due ordini di paraste e capitelli di stile corinzio che formano un tutt'uno con la facciata del palazzo ducale. E' sovrastato da due altorilievi raffiguranti gli arcangeli Michele e Raffaele, di gran valore artistico, e da una graziosa finestra con arco ad imposta. All'interno, la cappella, con volta a crociera, conserva due simulacri di cartapesta del 1700, simboleggianti la Madonna Desolata e la Vergine della Consolazione. Sul muro centrale s'innalza l'altare, di stile tra il tardo barocco ed il neoclassico, racchiuso fra due colonne tortili ad archi dispari, con scanalature irregolari fregiate di foglie d'acanto e terminanti con capitelli corinzi dorati. Sulla parete retrostante la facciata un'epigrafe in latino ricorda la consacrazione della cappella, avvenuta il 1778 per opera del Pontefice Leone XIII.


Casa natale di Giulio Cesare Vanini
Si trova in via Roma, situata nel centro storico; è un edificio barocco con porta e finestre cariche di decorazioni architettoniche. Della abitazione originaria, che lo stesso G. C. Vanini descriveva in una sua opera "De admirandis" con un grande giardino, nella quale aveva trascorso l'adolescenza, attualmente rimane ben poco. Molteplici sono state le alterazioni subite dal corpo edilizio negli anni. La struttura originaria era composta da un vano centrale d' ingresso, con portale bugnato, coperto a volte a crociera con decorazioni applicate sull' intonaco; da quest'atrio si accede ad alcuni vani, sempre al piano terra, posti sui due lati dell'ingresso. Il vano a destra è coperto con volte a botte e i due vani attigui, di cui uno coperto a botte unghiata e l'altro a botte semplice, ai quali si accede mediante dei portali decorati, posti simmetricamente rispetto all'asse centrale dell' androne d' ingresso. Da una scala incastonata nei vani, a sinistra dell' androne d' ingresso, si accede al piano terrazzo e al piano primo, dove nella seconda metà del '900 è stato elevato un vano coperto con solaio. Ai due lati del portone d'ingresso sono collocate due lapidi commemorative: quella di destra, fatta affiggere dal Comune di Taurisano e l'altra dalla Loggia Massonica leccese. Dopo che la famiglia o almeno il cognome Vanini si estinse, la costruzione passò a parenti o affini che non portavano il cognome del filosofo, subendo diversi interventi e trasformazioni ed adibita a diverse funzioni.


La finestra rinascimentale
Sulla strada più stretta del paese e forse di tutto il Salento, via Isonzo, si affaccia un palazzo cinquecentesco, probabilmente appartenuto alla famiglia Galvano con un bel balcone sostenuto da mensole plurilobate, sul cui prospetto, posto sul lato della chiesa matrice, si apre la stupenda finestra del 1578 ricca di fregi.


Fontana monumentale di Piazza Fontana
La fontana, ubicata di fronte al Santuario di Santa Maria della Strada, fu costruita nel 1940 dall'Ente Autonomo Acquedotto Pugliese, che la donò a Nicola Lopez y Royo, allora preside della Provincia di Lecce. Realizzata in marmo di Trani, è situata su un frantoio ipogeo cinquecentesco.


La casa a corte
La "Corte" dà l'idea originaria di "recinto"; pertanto, il termine, in origine, vuole intendere e definire un luogo chiuso, adiacente ad una costruzione. Dal punto di vista abitativo la "corte", unifamiliare o plurifamiliare, è uno spazio privato intermedio tra la strada pubblica (oppure un vico) e le abitazioni all'interno. In questo spazio si svolgevano i rapporti di comunità: deposito di oggetti ingombranti, zona per conversazione e per il gioco dei bambini, la lavatura dei panni nella pila, ecc. Interessanti segni di una simile struttura si notano nell'impianto abitativo del Palazzo Casto (Corso Umberto I°), nel cui interno si può notare una struttura a volta a crociera. Attraverso un arco d'accesso si è introdotti nel sistema abitativo, nel quale l'atrio richiama forme e funzioni tipici, anche se in piccolo, della "corte". La Corte via Cesare Battisti è la più antica e grande corte di tutto il centro storico, databile tra il XVI e il XVII secolo. Vi si accede attraverso un arco con volta a stella, annesso ad un edificio a due piani della metà del Seicento, fatto costruire dai duchi Lopez y Royo per i loro braccianti in modo da poterli meglio sorvegliare. Superbo esempio di casa a corte plurifamiliare, denota al suo interno la caratteristica essenziale delle case contadine: cisterne, pozzi, pile per lavare la biancheria, forno per la cottura del pane, cappella per il culto; tutto all'insegna della serenità e della solidarietà delle famiglie che vi abitavano. Infatti, entrando nella corte non si riesce a definire i contorni di ogni singola proprietà. Le scale, i ballatoi, i balconi, le porte e le finestre sono pezzi di un mosaico che può facilmente scomporsi e ricomporsi.Le abitazioni furono costruite in modo tale da non affacciarsi mai direttamente sulla strada per difendersi così dalle incursioni piratesche e dalle calamità naturali.


Villa-fattoria "La Quercia" Lopez y Royo
E' uno dei più notevoli esempi di abitazione rurale aristocratica dell'Ottocento. I progettisti hanno tentato di armonizzare elementi decorativi e architettonici tratti da vari stili: si possono, infatti, notare richiami al Neoclassicismo per alcune porte, finestre e balconi, al Rinascimento per il loggiato del piano terra, al Barocco per il portone che porta ai piani superiori. L'aspetto più interessante e notevole di tutta la struttura è rappresentato dal parco che la circonda, in cui verdeggiano imponenti e secolari alberi di quercia roverella, di palma, di alloro, di eucalipto, rari esemplari di canna di bambù e di cicas. Autentici monumenti vegetali sono due piante altissime Araucaria Cunninghamii (pini della Baia di Moreton), fatte portare direttamente dall'Australia verso la metà del secolo scorso. Dal punto di vista dell'utilità economica il legno di Araucaria è resinoso, viene impiegato soprattutto per lavori di falegnameria, carpenteria e per la produzione della carta. Queste piante sono gli unici esemplari presenti in Puglia.


Specchia della Silva
Duemila e forse più anni avanti Cristo, il Salento era abitato da uomini forti e valorosi: tra questi c'erano i Messapi. Di loro ci restano alcune testimonianze come i Menhir e le Specchie. Le specchie, accumuli di pietre, sono monumenti megalitici di straordinaria rilevanza e che affondano le loro origini nei millenni. E proprio al confine del feudo di Taurisano sorge la "Specchia Silva", una delle più importanti e la più grande fra quelle conosciute ed osservate da studiosi e da cultori appassionati.


La Grotta di Santa Lucia
Sul versante a sud ovest del feudo in una zona leggermente elevata, nei pressi della antica Masseria Grande, si trova la Grotta di S. Lucia, una caverna con un antro abbastanza ampio da cui si dipartono alcuni corridoi naturali che si immergono tra le rocce sotterranee. Dal punto di vista geologico la sua natura non è diversa dalle numerose grotte di cui è costellata tutta la Puglia: si tratta di evidenti forme derivate dal "fenomeno carsico", in conseguenza dell'azione delle acque piovane che penetrano nelle masse rocciose esercitando una notevole pressione sulle superfici calcaree. Recentemente questa grotta è stata oggetto di attenzione da parte di noti gruppi speleologici salentini, ma a tutt'oggi non sono state compiute ancora sistematiche esplorazioni. Come per tutte le grotte esistenti nel Basso Salento, al di là degli aspetti geofisiche e geologiche, la fantasia ha rivestito di favole e di leggende l'esistenza di queste "vore" e continua ad ipotizzare che questi naturali condotti carsici siano dei percorsi sotterranei attraverso i quali si giunge al mare. Per quanto riguarda i cunicoli della nostra grotta si immagina che essi abbiano sbocchi verso il Mar Ionio e più precisamente a Torre S. Giovanni, Marina d'Ugento.

 
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